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Meta
Riders, Monza, the NSU, the cover.
Scattata all'Autodromo di Monza, in buona parte sulla vecchia parabolica ormai chiusa alle corse, la prova della "balena blu": Una Audi NSU da corsa del 1954.
Oggetto di bellezza inaudita, mistica.
Tester d'eccezione Alvaro Cecotti, milanese, 76 anni, imprenditore.
Un "gentleman rider" che, a cavallo tra gli anni '60 e '70 ha fatto una decina di anni di gare, in strada e in pista.
Miglior risultato: nel 1972, secondo nella 500km di Monza.
La tuta che indossa nelle foto è la sua, originale di quegli anni.
Ci metterei la firma.
Qui sotto il backstage:
Riders magazine.
May issue.
"Brivido Blu"
The 250 NSU Rennmax, 1954"
Photographed by Toni Thorimbert
Photo editor: Stefania Molteni.
Backstage photography by Giorgio Serinelli.
Click on the pictures to enlarge.
Posted in Riders
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On the cover of "Image Mag". A new, big and glossy magazine about photography
Grazie a Mosè Franchi per l'intervista e la copertina di "Image Mag" un nuovo bimestrale di fotografia. Molto soddisfacente il formato, davvero oversize, e la stampa molto, molto curata. Costa otto euro e si trova qui e là, nelle migliori edicole e librerie e nel circuito di negozi di fotografia Photop.
Per saperne di più sui negozi Photop: http://www.photop.it
Click on the pictures to enlarge.
Posted in Image Mag
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Editor-at-large Matteo Oriani compares some types of self-portraits
C'è la grande moda dell'autoritratto.
Adesso poi, con gli apparecchi digitali, riempiamo Internet con le nostre facce, scegliendo il volto giusto per presentarci al mondo.
L'autoritratto ha radici profonde perché nasce dal bisogno di rappresentare la nostra identità attraverso una delle nostre tante maschere. E' una sorta di travestimento dedicato al nostro bisogno di vivere una “pluralità di vite” come diceva Freud.
L'autoritratto può anche essere un attestato psicologico di grande rilievo nella rappresentazione dell'"Immagine Interna" che si può raffigurare solo in parte con l'immagine esterna.
Vi propongo qualche esempio: Questo è un autoritratto di Pablo Picasso del 1896, quando aveva 15 anni
E' intitolato “Autoritratto con i capelli spettinati”.
In questo caso, si può parlare di un autoritratto realizzato per esplorare la molteplicità delle nostre “facce” o la nostra volontà di vivere una “pluralità di vite”.
Qui Picasso, nell'adolescenza, cerca una propria identità. Tutto vestito per bene, con la cura che ci aspetta da un ragazzo della sua età alla sua epoca, esprime il proprio estro creativo, forse ribelle, spettinandosi la zazzera.
Quest'altro, sempre di Picasso, è del 1972, dipinto un anno prima di morire, a 91 anni.
Adesso Picasso realizza un autoritratto che ha un simbolismo diverso rispetto al primo.
Va al di là o, se vogliamo, più nel profondo. Non rappresenta la sola faccia (esterna), ma anche una identità più profonda. Qui l'artista utilizza l'autoritratto non più per la volontà di vivere una “pluralità di vite”, ma come documento psicologico dove rappresentare la propria identità interna. In questo caso, la consapevolezza della fine della vita.
L'autoritratto ha il valore della testimonianza.
I ritratti, e di conseguenza gli autoritratti, si fanno per fissare un momento e rappresentare lo stato di quel momento.
E' come creare un proprio “doppio” che sopravvive a quel momento e rimane a testimonianza.
Ho trovato una interessante analogia con due autoritratti di uno stupefacente fotografo, Robert Mapplethorpe. Ecco il primo del 1980, realizzato quando aveva 34 anni
E' di una bellezza disarmante. Ha una intensità che solo da una persona con una sensibilità artistica molto sviluppata può ottenere. Eccolo lì, bello come il sole, innocente, intenso, sensuale, consapevole e disponibile. Nel pieno della vita e della bellezza. Scandalosamente raffinato.
Ed ecco il secondo, datato 1988, un anno prima della sua morte per AIDS:
Come Picasso, Mapplethorpe si guarda allo specchio, rilancia il suo sguardo su se stesso, su di noi e sulla morte.
Ma la grande potenza del ritratto sta nel modo con cui impugna il bastone con il teschio. La mano afferra la morte mentre il volto sembra allontanarsi sfuocato con un'espressione quasi di sfida, di consapevolezza, appunto.
Sarebbe meglio vedere questa foto dal vivo.
Su internet, ho visto cose orripilanti. E' fondamentale riconoscere il corpo dell'artista nero su fondo nero per apprezzare la composizione. Spesso le riproduzioni su internet sono troppo contrastate facendo perdere la postura di Mapplethorpe.
Mi sono divertito a trovare analogie tra diversi fotografi famosi.
Ecco, per esempio, un autoritratto di Richard Avedon:
E uno di Annie Leibowitz:
Si dice, no?: un fotografo, mentre con un occhio guarda in macchina con l'altro guarda dentro se stesso.
Qui sotto, ancora Avedon:
Elliot Erwitt:
Irving Penn:
Henri Cartier-Bresson:
Tutti con il loro apparecchio fotografico ben in vista a raccontare il loro rapporto con la macchina. Tutti tranne Cartier-Bresson, notoriamente molto schivo, che diventa tutt'uno con la fotocamera sostituendo il suo volto con l'obbiettivo.
Molti hanno fotografato le proprie ombre proiettando la propria immagine fuori da se stessi in una ricerca del proprio “doppio”: Quando guardarsi in faccia non basta più a restituire una immagine nella quale ci si può riconoscere.
Ancora Cartier-Bresson:
Ansel Adams:
Andre Kertesz:
e, dulcis in fundo... Matteo Oriani:
Matteo Oriani è un fotografo.
Colto ed acuto osservatore delle immagini e delle menti che le producono.
Insieme a Raffaele Origone forma il duo professionale Oriani-Origone.
Nelle loro foto danno vita ad oggetti altrimenti inanimati.
Click on the pictures to enlarge.
Adesso poi, con gli apparecchi digitali, riempiamo Internet con le nostre facce, scegliendo il volto giusto per presentarci al mondo.
L'autoritratto ha radici profonde perché nasce dal bisogno di rappresentare la nostra identità attraverso una delle nostre tante maschere. E' una sorta di travestimento dedicato al nostro bisogno di vivere una “pluralità di vite” come diceva Freud.
L'autoritratto può anche essere un attestato psicologico di grande rilievo nella rappresentazione dell'"Immagine Interna" che si può raffigurare solo in parte con l'immagine esterna.
Vi propongo qualche esempio: Questo è un autoritratto di Pablo Picasso del 1896, quando aveva 15 anni
E' intitolato “Autoritratto con i capelli spettinati”.
In questo caso, si può parlare di un autoritratto realizzato per esplorare la molteplicità delle nostre “facce” o la nostra volontà di vivere una “pluralità di vite”.
Qui Picasso, nell'adolescenza, cerca una propria identità. Tutto vestito per bene, con la cura che ci aspetta da un ragazzo della sua età alla sua epoca, esprime il proprio estro creativo, forse ribelle, spettinandosi la zazzera.
Quest'altro, sempre di Picasso, è del 1972, dipinto un anno prima di morire, a 91 anni.
Adesso Picasso realizza un autoritratto che ha un simbolismo diverso rispetto al primo.
Va al di là o, se vogliamo, più nel profondo. Non rappresenta la sola faccia (esterna), ma anche una identità più profonda. Qui l'artista utilizza l'autoritratto non più per la volontà di vivere una “pluralità di vite”, ma come documento psicologico dove rappresentare la propria identità interna. In questo caso, la consapevolezza della fine della vita.
L'autoritratto ha il valore della testimonianza.
I ritratti, e di conseguenza gli autoritratti, si fanno per fissare un momento e rappresentare lo stato di quel momento.
E' come creare un proprio “doppio” che sopravvive a quel momento e rimane a testimonianza.
Ho trovato una interessante analogia con due autoritratti di uno stupefacente fotografo, Robert Mapplethorpe. Ecco il primo del 1980, realizzato quando aveva 34 anni
E' di una bellezza disarmante. Ha una intensità che solo da una persona con una sensibilità artistica molto sviluppata può ottenere. Eccolo lì, bello come il sole, innocente, intenso, sensuale, consapevole e disponibile. Nel pieno della vita e della bellezza. Scandalosamente raffinato.
Ed ecco il secondo, datato 1988, un anno prima della sua morte per AIDS:
Come Picasso, Mapplethorpe si guarda allo specchio, rilancia il suo sguardo su se stesso, su di noi e sulla morte.
Ma la grande potenza del ritratto sta nel modo con cui impugna il bastone con il teschio. La mano afferra la morte mentre il volto sembra allontanarsi sfuocato con un'espressione quasi di sfida, di consapevolezza, appunto.
Sarebbe meglio vedere questa foto dal vivo.
Su internet, ho visto cose orripilanti. E' fondamentale riconoscere il corpo dell'artista nero su fondo nero per apprezzare la composizione. Spesso le riproduzioni su internet sono troppo contrastate facendo perdere la postura di Mapplethorpe.
Mi sono divertito a trovare analogie tra diversi fotografi famosi.
Ecco, per esempio, un autoritratto di Richard Avedon:
E uno di Annie Leibowitz:
Si dice, no?: un fotografo, mentre con un occhio guarda in macchina con l'altro guarda dentro se stesso.
Qui sotto, ancora Avedon:
Elliot Erwitt:
Irving Penn:
Henri Cartier-Bresson:
Tutti con il loro apparecchio fotografico ben in vista a raccontare il loro rapporto con la macchina. Tutti tranne Cartier-Bresson, notoriamente molto schivo, che diventa tutt'uno con la fotocamera sostituendo il suo volto con l'obbiettivo.
Molti hanno fotografato le proprie ombre proiettando la propria immagine fuori da se stessi in una ricerca del proprio “doppio”: Quando guardarsi in faccia non basta più a restituire una immagine nella quale ci si può riconoscere.
Ancora Cartier-Bresson:
Ansel Adams:
Andre Kertesz:
e, dulcis in fundo... Matteo Oriani:
Matteo Oriani è un fotografo.
Colto ed acuto osservatore delle immagini e delle menti che le producono.
Insieme a Raffaele Origone forma il duo professionale Oriani-Origone.
Nelle loro foto danno vita ad oggetti altrimenti inanimati.
Click on the pictures to enlarge.
Posted in Matteo Oriani, Selfportrait
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Greetings from Hong Kong #7 ( The last )
Thanks to Diletta, Benedetta, Silvio, Alberto, Federico, Anna, Tania Luca, Cosetta, Walter, Giorgio, Sophie, Oralie, Jo, "small" Fai. "Big" Fai, Dorothy, Alan, Cecilia...Bye bye Hong Kong!
The crew, photographed by Giorgio Serinelli
Click on the picture to enlarge
The crew, photographed by Giorgio Serinelli
Click on the picture to enlarge
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Greetings from Hong Kong #6
Non è tanto per i grattacieli, chissenefrega, magari non così alti, ma ci sono anche da noi.
E' proprio l'aria che tira. Come si muove la gente. come guardano il mondo.
Vista da qui, l'Italia sembra lontanissima. A me sembra che questi, a noi, non ci pensano proprio, vanno per la loro strada. Me li immagino, in questi uffici, là al 600esimo piano. Riunioni. Decidere le sorti di interi paesi, tra cui il nostro. Ma magari è una mia immaginazione. Magari fanno solo dei conti, magari ci vogliono bene. Vogliono solo comprare le nostre borsette di Prada ed essere felici. E noi venderle, ed essere felici pure noi.
Forse si, forse no.
Oggi ha piovuto tutto il giorno...
The Citibank building. Hong Kong. Photographed by Giorgio Serinelli.
Click o the picture to enlarge.
E' proprio l'aria che tira. Come si muove la gente. come guardano il mondo.
Vista da qui, l'Italia sembra lontanissima. A me sembra che questi, a noi, non ci pensano proprio, vanno per la loro strada. Me li immagino, in questi uffici, là al 600esimo piano. Riunioni. Decidere le sorti di interi paesi, tra cui il nostro. Ma magari è una mia immaginazione. Magari fanno solo dei conti, magari ci vogliono bene. Vogliono solo comprare le nostre borsette di Prada ed essere felici. E noi venderle, ed essere felici pure noi.
Forse si, forse no.
Oggi ha piovuto tutto il giorno...
The Citibank building. Hong Kong. Photographed by Giorgio Serinelli.
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Greetings from Hong Kong #5
Ogni mattina, da quando sono arrivato ad Hong Kong, accendo degli incensi e, intensamente prego. Sono cose un pò personali, ma, se volete sapere chi prego, direi nessun Dio in particolare. Mi affido a un'entità che mi ingloba, un'entità che sento infinitamente più grande, che ne sa a pacchi più di tutti noi, che è sicuramente più saggia di me, e - sono quasi certo - finirà per decidere i nostri destini.
Insomma, niente di troppo complicato, o esoterico.
Sul marciapiede appena fuori dal mega-albergo, prima di salire sui van che ci portano in giro a scattare, tutto il crew, con tre bastoncini di incenso tenuti tra le mani giunte, si inchina ai quattro punti cardinali. ( Gli incensi sono gentilmente forniti dalle ragazze della production company locale, che a questo rito tengono molto.)
L'altro giorno siamo stati anche in un vero tempio.
C'era una grande pace. Mi sentivo a casa e non sarei uscito mai.
Comunque sia, qua davano tempo orrendo tutta la settimana con pioggia scrosciante 24h. Ma, fortunatamente, fino ad ora il tempo è stato perfetto.
The temple in Temple street, Hong Kong. Photographed by Toni Thorimbert.
Click on the picture to enlarge.
Insomma, niente di troppo complicato, o esoterico.
Sul marciapiede appena fuori dal mega-albergo, prima di salire sui van che ci portano in giro a scattare, tutto il crew, con tre bastoncini di incenso tenuti tra le mani giunte, si inchina ai quattro punti cardinali. ( Gli incensi sono gentilmente forniti dalle ragazze della production company locale, che a questo rito tengono molto.)
L'altro giorno siamo stati anche in un vero tempio.
C'era una grande pace. Mi sentivo a casa e non sarei uscito mai.
Comunque sia, qua davano tempo orrendo tutta la settimana con pioggia scrosciante 24h. Ma, fortunatamente, fino ad ora il tempo è stato perfetto.
The temple in Temple street, Hong Kong. Photographed by Toni Thorimbert.
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Greetings from Hong Kong #4
Va bene, dai. Abbiamo dovuto cominciare a lavorare. Le scritte molto esotiche sul furgone verde promettono di liberarti casa da tarme e scarafaggi.
Thorimbert and crew at work. Shanghai street, Hong Kong. Photographed by Giorgio Serinelli.
Click on the picture to enlarge.
Thorimbert and crew at work. Shanghai street, Hong Kong. Photographed by Giorgio Serinelli.
Click on the picture to enlarge.
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Greetings from Hong Kong #03

Hong Kong non è la Cina.
Aggiungi che il traffico è fatto solo di Porsche, Mercedes e Lamborghini ma che le torri-condominio di qui fanno sembrare quelle di Sarajevo delle ridenti villette bifamiliari.
In albergo, arrivi, ti fai dare la cartina, sai.. per avere un’idea. Ci ho dato su dopo averla girata e rigirata come un calzino perché: c’è Hong Kong, che è un’isola, almeno dovrebbe, poi a nord, ai confini con "mainland", che è la Cina quella vera, ci sono i “nuovi territori”, nome meraviglioso, da fantascienza, da Blade Runner, mentre noi, qui in hotel abitiamo di fronte, cioè a Monkok o come cavolo si chiama, e che per andare di là passi sotto al tunnel come per andare da Manhattan a Brooklyn, mentre per traversare, a piedi le smisurate arterie della city, ci sono sopraelevate ugualissime a quelle di Bangkok.
Poi ci metti il fuso orario. Che a me verso oriente mi devasta.
Per due giorni non ci ho capito più niente, e oggi, che è il terzo, sono solo un po' più bravo a far finta di niente. Nel van, bloccato in un traffico infernale, guardo fuori e penso ”mah… il giappone me lo immaginavo diverso”. Così come per diverse ore sono stato convinto di essere in India: “caspita però, come l’hanno ripulita”.
L’hotel si trova dentro ad un centro commerciale sputato Los Angeles. Facciamo colazione in uno Starbucks che, con la pioggina di fuori, mi ricorda di brutto quando stavo a Portland. Prada is everywere, di Chanel ce n’è così tanti che sono arrivato a fantasticare di managers che a Parigi fanno riunioni per discutere di come non farsi fregare i soldi da tutti questi commessi di tutti sti negozi che hanno qui ad Hong Kong e di cui secondo me hanno ormai perso il conto. Delirio. Sono lo zimbello del mio hotel, sicuro. Quando chiamo giù, ridono e si mettono le mani nei capelli. Sono così sfasato che li chiamo in continuazione per chiedere cose di cui poi devo vergognarmi. Ho fatto fare il laundry service. Lo riportano: sul letto trovo ben piegati calzini e mutande. Allora chiamo incazzato: “mi avete perso la t-shirt di Benassi!” e loro: “Ha provato a guardare se è appesa nell’armadio?” “uh...eh.. yes, I am very sorry”. La stanza era disseminata di cartelli - davvero - grandi: “Check in the closet, please”. Ma io niente, li ho visti il giorno dopo. Poi la cassaforte: chiamo: ”non si chiude” Dling, viene su il tipo, io sguardo arcigno, tipo, "mi fate perdere un sacco di tempo", ma lui col ditino: tac tac tac tac tac tac: “six digit password, sir”, e io “Oooh, I am sorry, you know...I normally use a 4 digit password...eheheh”. Figura tremenda. Vi risparmio le altre. Addirittura, da dentro la hall ieri vedo il mio assistente per strada, era uscito a fumare. E, in un flash - giuro - ho pensato: “uuuh! Ma dai...è qui a Shanghai pure lui!”
Top: The view from the gym. 41th floor, Langham hotel, Hong Kong.
Photographed by Toni Thorimbert.
Click on the picture to enlarge.
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Greetings from Hong Kong #02

Questo è un'altro. Mica male però. Genere "performer".
Stava lì, in mezzo al flusso caotico della gente, con un triangolo di specchi intorno alla faccia. Immobile.
Ovvio, lo guardavi. E gli specchi: - zwaaaaaing - come se fossi atterrato su una lastra di ghiaccio, ti deviavano oltre, perchè la sua faccia era diventata un bivio. Una fredda corazza, ma anche profonda, luminosa.
Per me, bellissimo.
E sensazione forte. Di vertigine. Un'immagine che mi ha smosso mille pensieri: sul volto, sull'identità. Senso di annullamento, o...che ne so...farsi scivolare gli altri addosso...Insomma, quella roba lì: l'arte.
E poi ci provi: sono specchi, perchè non mi vedo? Ma ovviamente, messi così, riflettono altro: le insegne dei negozi, il movimento della gente che passa. Per vederti devi piazzarti di fianco al tipo, anzi quasi dietro di lui.
Ed è lì che per gioco, ma anche un po' seri, ci siamo messi, Silvio Artero, l'art director, ed io, per farci scattare questa foto, per dire: "abbiamo due teste, ma agiremo come un sol uomo"...ta-tan!
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Hong Kong, Nathan road, 22 April 2012.
Photographs: Top by Toni Thorimbert, bottom by Giorgio Serinelli.
Click on the pictures to enlarge.
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Greetings from Hong Kong #01

O lei è un genio e sta producendo un capolavoro epocale o forse questo ritratto che sta scattando al suo tipo ha implicazioni psicologiche che meglio sarà, per tutti, evitare di approfondire.
Comunque, siamo ad Hong Kong per scattare un catalogo di moda e una campagna pubblicitaria, e oggi, domenica, mentre famiglie, ragazzini e fidanzati passeggiano sul lungomare leccando gelati e/o scattando opere d'arte destinate a rimanere incomprese, noi, braccianti della fotografia, ci dedichiamo ai sopralluoghi e alle mille prosaiche incombenze che, ahimè, ci toccano, prima di poterci mettere - finalmente - a fare click pure noi. Tra cui questo post, oggi così stringato da sembrare una cartolina.
Avenue of the Stars, Hong Kong. Photographed by Toni Thorimbert.
Click on the picture to enlarge.
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